ESCLUSIVA - Daniele Pagani: "Lautaro, futuro da top-5 mondiale. Inter, ti consiglio Moises Caicedo. E su Bremer..."

Scritto da Marco Corradi  | 

L'Inter ha concluso da qualche giorno un'intensa stagione, che l'ha vista vincere due trofei (Supercoppa e Coppa Italia), conquistare gli ottavi di Champions League e chiudere seconda in Serie A. Lo scudetto è andato al Milan, ma i nerazzurri non hanno sfigurato e si sono ben comportati, con Lautaro Martinez (21 gol) sugli scudi. Ed ora è il tempo di pensare al calciomercato, con moltissimi nomi sul taccuino: da Bremer a Dybala, passando per il ritorno di Lukaku e per vari nomi sudamericani che vengono accostati ai nerazzurri, storicamente “esterofili”. Per parlare di queste tematiche e della stagione nerazzurra abbiamo contattato e intervistato Daniele Pagani, in arte “El Flaco”, opinionista ed esperto di calcio sudamericano. Al centro della nostra chiacchierata, i sudamericani dell'Inter, qualche consiglio per il futuro e non solo. 

Ciao, Daniele. Innanzitutto, partiamo da un giudizio sulla stagione che si è appena conclusa: che Inter hai visto? Il secondo posto rappresenta un’occasione sfumata o è un buon risultato?

“Sono arrivati due trofei e gli ottavi di Champions, dunque viene oggettivamente da dire che nel complesso sia stata una stagione positiva. Ovviamente, rimane l’amaro in bocca per lo scudetto. Grandi meriti al Milan, che ci ha creduto fortemente, e altrettanti demeriti all’Inter. Ci sono un insieme di fattori che hanno sicuramente influito, alcuni di più e altri meno: perdere in un solo colpo Eriksen, Hakimi e Lukaku è stato un punto di tensione cruciale. L’addio del belga è stato tamponato dall’arrivo di Džeko, per esempio, che a causa dell’età è arrivato a fine stagione sulle ginocchia. È stato anche il primo anno di calendario asimmetrico. Una squadra forte deve saper sempre vincere, io la vedo così, ma tra gennaio e la prima metà di febbraio Inzaghi si è ritrovato molto spesso a dover affrontare delle partite di cartello praticamente ogni tre giorni. Ha anche lui le sue responsabilità, ad ogni modo, soprattutto nella gestione delle rotazioni. Adesso penso sia fondamentale riuscire a digerire questo secondo posto in campionato e sfruttare la voglia di rivalsa come benzina in più per riprovarci l’anno prossimo”.

Nonostante qualche pausa (tre mesi senza segnare, ndr) è stato comunque l’anno di Lautaro, con 21 gol segnati in campionato: il “Toro” si è consacrato, o ha ancora dei margini di miglioramento?

“Io sono di questa idea, che si è nettamente consolidata dopo l’ultima annata: Mbappé, Håland, Vlahović, Darwin Núñez e Lautaro Martínez sono destinati a diventare in prospettiva quel che Benzema, Lewandowski, Cavani, Suárez e Agüero sono stati nell’ultimo decennio e oltre. Ce ne sono altri, di attaccanti indubbiamente talentuosi. Penso a Gabriel Jesus, che probabilmente se ne andrà dal Manchester City per trovare la sua affermazione definitiva, o a Julián Álvarez, che ha veramente dei margini di crescita incredibili, ma per me la prossima top–5 mondiale gravita attorno a questi cinque nomi. Insieme a Vlahović, Lautaro è il miglior centravanti della Serie A. Forse è meno completo da un punto di vista puramente strutturale, ma all’attuale stato dell’arte vanta anche un pizzico di esperienza internazionale in più rispetto al serbo. Ha segnato 21 reti in campionato, 25 stagionali, e ha messo la firma su partite cruciali come nel derby di ritorno di Coppa Italia. Senza contare il grado di incisività con la maglia dell’Argentina. A mio avviso, ha ancora da migliorare alcune sfumature di carattere mentale, per completare la sua maturazione. Alcune volte, la foga e la frustrazione lo condizionano troppo, in momenti delicati delle partite. Può compiere uno step in più per diventare, statisticamente parlando, un centravanti da 30 gol a stagione”.

Di contro, il “Tucu” Correa non sembra aver ripagato l’investimento effettuato la scorsa estate: merita una seconda chance?

“Aveva tutto per consacrarsi in maniera definitiva, il contesto giusto, l’allenatore migliore, ma il rendimento è stato nettamente al di sotto delle aspettative. Gli si può concedere, ma in minima parte, l’attenuante degli infortuni, che lo hanno tenuto fermo ai box per un totale 16 partite. Al contraltare nelle varie occasioni in cui l’ho visto giocare mi è sembrato spento, infrollito, molle. Difficilmente l’ho visto saltare secco l’uomo. Sono convinto che con un Correa al massimo della forma l’Inter avrebbe vinto lo scudetto. Potrebbe sembrare un’esagerazione, per certi versi, ma non lo è: nelle idee di Inzaghi doveva essere proprio lui il valore aggiunto, quell’uomo alla Cruz capace di conquistarti da solo quei 6–9 punti che molto spesso si rivelano decisivi per vincere il campionato. Comunque, sarà il tecnico a trarre le sue conclusioni. A tempo debito”.

Si parla di Sudamerica, inevitabile parlare dei due cileni: Sánchez e Vidal sono prossimi all’addio, ma che stagione hanno vissuto?

"Sánchez ha messo il sigillo sulla Supercoppa Italiana, riuscendo così a regalarsi un momento di gloria assoluta e indelebile nella sua parentesi nerazzurra. La sua parabola ha numerosi tratti in comune con quella di Verón, che decise l’edizione del 2005 sempre contro la Juve. Sono arrivati entrambi all’Inter al crepuscolo delle rispettive carriere, oramai segnati dall’avanzare degli anni e fortemente condizionati dai limiti fisici. Non gli si poteva chiedere di più. Hanno fatto la loro parte, direi che basta e avanza. Invece, per quanto riguarda Vidal, è più complesso enunciarsi in un giudizio. Ha fatto il suo compitino, restituendo qualcosa in più in termini statistici, rispetto alla scorsa stagione. Sicuramente, a differenza della gestione di Conte, costellata da malumori e incomprensioni, ha accettato con maggior consapevolezza il ruolo da comprimario che Inzaghi gli ha cucito addosso. Gliene va dato atto. La maturità di un calciatore traspare anche da queste sfaccettature. Non sempre è facile scendere a compromessi col proprio ego, figurarsi dopo una carriera trascorsa ad alzare un trofeo dopo l’altro da protagonista".

Gleison Bremer, grande obiettivo nerazzurro

Passiamo al calciomercato: che mosse ti aspetti dall’Inter?

“La priorità dell’Inter è rifondare le seconde linee a centrocampo. Dietro, complice l’acquisto di Onana a parametro zero e la possibile permanenza di Vanheusden per le liste UEFA, non credo che verranno effettuate grandi manovre di rivoluzione. Al limite, potrei ipotizzare un passaggio di consegne tra De Vrij e Bremer. Cedere l’olandese rappresenterebbe un grande dispiacere, sia umanamente che sportivamente, ma in questo periodo economico non proprio fiorente sarebbe concettualmente l’addio più logico. Sarebbe una plusvalenza pura, importantissima per le casse societarie. Servirà sicuramente un’alternativa a Gosens, con l’addio di Perišić, mentre là davanti confermerei solo Lautaro, anche se sono certo che resterà almeno uno tra Correa e Džeko. Con Dybala l’Inter piazzerebbe un colpo da novanta, strepitoso. Si parla troppo della sua condizione fisica e troppo poco del fatto che sia uno di quei giocatori di fantasia che ti possono svoltare le partite con una singola giocata, anche isolata. In finale di Coppa Italia ogni manovra pericolosa prodotta dalla Juve è partita dai suoi piedi. A costo zero, è un colpo impossibile da discutere”.

Bremer è il grande obiettivo per la difesa. È pronto per l’Inter?

“Nell’ultima stagione Bremer è stato a mani basse il miglior difensore centrale della Serie A, con Bastoni e Škriniar. Nella marcatura a uomo è atleticamente straripante, eccelle, così come negli anticipi e nelle scelte di tempo. Questo suo percorso d’affermazione mi rimanda molto a quello vissuto lo scorso anno da Romero, con l’Atalanta. È pronto per alzare l’asticella”.

Un altro tema caldo è il vice–Brozović: tra i vari nomi è uscito quello di Paredes, in esubero dal Paris Saint–Germain. Può essere una possibilità?

“Alle cifre che circolano attualmente (si parla di 15–18 milioni di richiesta da parte del PSG, ndr) un profilo alla Paredes rappresenta un’occasione di mercato per chiunque. È un centrocampista di caratura internazionale, peraltro nel pieno della sua maturità calcistica, nonché una figura di rilievo e di peso nello spogliatoio dell’Argentina. Considerando la sua ecletticità tattica, l’Inter garantirebbe ad Inzaghi un vice di sicura affidabilità per Brozović e nondimeno un’alternativa valida per Barella e Çalhanoğlu in casi di urgenza. Con Mkhitaryan e Asllani, Paredes andrebbe indubbiamente a formare una seconda linea di grande spicco in nerazzurro. Con almeno 45–50 partite da disputare in una stagione è superfluo sottolineare quanto le rotazioni si riconfigurino come un fattore chiave dei successi di una squadra”. 

Enzo Fernandez (River)

L’Inter lavora sempre con gli scout in Argentina e ha adocchiato Enzo Fernández e Carlos Alcaraz, rispettivamente di proprietà del River Plate e del Racing Avellaneda: che cosa puoi dirci di loro?

"Insieme a Julián Álvarez, ritengo che Enzo Fernández sia il miglior talento del fútbol argentino e più in generale dell’intero panorama sudamericano, al momento. È un centrocampista totale. Una perfetta miscela di dinamismo, sensibilità tecnica, intelletto e personalità. Parlando con le dovute proporzioni mi viene spontaneo assimilarlo a Barella e Valverde, per caratteristiche. In ogni caso, chi paga la clausola rescissoria (di 18 milioni di dollari, ndr) fa l’affare. Del resto, non è una casualità che anche Guardiola lo stia monitorando con una certa attenzione, così come il Benfica, che in tema di scouting sul suolo sudamericano non rimane mai indifferente di fronte a certe dimostrazioni di talento. Un fuoriclasse del calibro di Di María e degli ottimi calciatori come Ramires e Ederson sono stati pescati direttamente alla fonte a cifre quasi irrisorie, ai loro tempi. Darwin Núñez invece è stato acquistato dall’Almería per 24 milioni dopo un campionato di altissimo livello in Segunda División e, ad oggi, vale almeno quattro volte l’assegno staccato. Se Fernández dovesse essere il prossimo sulla lista non rimarrei poi così stupito. 

Al contraltare, su Alcaraz voglio andarci coi piedi di piombo. Che il ragazzo abbia talento, è fuori discussione. Per non parlare della personalità: ricordo ancora quando nella Libertadores del 2020 Beccacece gli fece calciare un rigore pesantissimo ai quarti, contro il Flamengo, e lui si presentò davanti a uno specialista come Diego Alves sorridendo. Con tutta la leggerezza del mondo. Come se quel pallone non scottasse. L’aspetto sul quale voglio riflettere, però, è più di natura tattica. Alcaraz in questo biennio ha praticamente ricoperto qualsiasi ruolo: pur giocando principalmente come centrocampista centrale non è un evento raro, o isolato, vederlo impiegato da ala o trequartista. C’è bisogno di cucirgli addosso una dimensione specifica, dunque un ruolo più definito che gli consenta di esprimere al massimo il suo potenziale. Compiendo troppo frettolosamente il salto in Europa, il rischio è quello di incappare nello stesso equivoco tattico che ha condizionato per qualche anno la carriera di De Paul, prima dell’inarrestabile exploit che l’ha portato all’Atlético Madrid".

Un talento sudamericano che consiglieresti all’Inter?

Moisés Caicedo del Brighton è un centrocampista che nel giro di pochi anni potrebbe ripagare l’investimento, in termini di potenziale. Ha indubbiamente dei margini di crescita importanti e dopo la parentesi in prestito al Beerschot, nel campionato belga, ha fatto intravedere anche una discreta continuità di rendimento nella seconda parte di stagione in Premier League. Un altro profilo stuzzicante, nonostante l’Inter abbia già riempito quella casella con l’acquisto di Onana a parametro zero, è Hugo Souza del Flamengo. Nel connubio atletismo–reattività, considerando come centro di gravità della mia riflessione la sua mole fisica (è alto 1.99, ndr), mi ricorda molto Dida. Infine, voglio menzionare anche Lisandro Martínez dell’Ajax, che dopo anni di gavetta in Eredivisie è pronto per compiere il grande salto verso una big europea. L’Argentina, in quanto a difensori, potrebbe raccogliere parecchi frutti maturi nel giro di un paio di anni: escludendo a priori dal discorso Romero, che al momento nello step di crescita è di un’altra categoria, penso a Marcos Senesi del Feyenoord e a Facundo Medina del Lens, che fino all’estate scorsa era stato adocchiato anche dal Manchester United”.

Un talento sudamericano della Serie A che ti ha impressionato?

Nahuel Molina, decisamente. Anche se non posso ritenermi impressionato alla lettera, avendo assistito al suo percorso di inserimento e di maturazione in prima persona, nel mio ultimo anno come giornalista dell’Udinese. D’altro canto, va anche sottolineato che il suo exploit dalla Copa América vinta con l’Argentina è stato travolgente. La sua falcata in progressione, favorita dalle lunghe leve, è qualcosa che catalogherei come devastante. Nel campionato appena terminato ha segnato 7 reti (oltre ad aver ripartito 5 assist, ndr): 2 in più di Theo Hernández, per proporre un raffrontamento di spessore. Lo vedrei bene all’Inter, qualora pervenissero offerte irrinunciabili per Dumfries, come lo vedrei bene al Milan, dove un terzino destro per alzare l’asticella farebbe al caso di Pioli. Una menzione d’onore a Éderson della Salernitana è comunque necessaria, per non dire obbligata. L’ennesima intuizione geniale da parte di Sabatini, dal Sudamerica. È salito sul palcoscenico della Serie A, l’ha masticato, l’ha divorato e l’ha sputato”.

Moises Caicedo, il talento consigliato dal Flaco: si è confermato nel Brighton, dopo gli anni in Ecuador, e ha segnato al Manchester United

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