Inter, a che punto siamo?

Scritto da Fabio di Iasio  | 

Alla vigilia di due sfide delicate, forse decisive per l'intera stagione, in casa Inter ci si interroga sullo stato dei lavori, alla luce anche dei primi scricchiolii emersi definitivamente con la sconfitta di sabato a Roma. 

GIUDIZIO POSITIVO - Sia chiaro, non sarà una sconfitta contro la Lazio, arrivata tra mille polemiche ed episodi casuali, a far naufragare il percorso intrapreso quest'estate. La scelta di Inzaghi, dato il ridimensionamento scelto dalla società, era e resta tutt'ora la scelta giusta. A confermarlo, del resto, ci sono i numeri più che positivi per un neo arrivato. Una sola sconfitta, 23 gol fatti, una serie di rimonte convincenti e sprazzi di bel gioco. La distanza dalla vetta resta un gap merito più del capolavoro del Napoli di Spalletti che un demerito dei nerazzurri. 

COSA NON VA - Il cartello “Lavori in corso” però è ancora bello esposto alla Pinetina e ci vorrà un po' di tempo prima di poterlo rimuovere. Questi primi due mesi di stagione ci hanno detto chiaramente com'è la nuova Inter targata Inzaghi : bella ma fragile. La fragilità, infatti, è il vero elemento di discontinuità con l'Inter scudettata di Conte. Gli 11 gol presi in solo 8 giornate sono solo la prova numerica di questo dato, che trova maggiori conferme nelle pieghe delle singole partite. Tolta la gara d'esordio e la goleada contro il Bologna, l'Inter non ha mai dato l'idea di essere in totale controllo delle gare, vissute sempre in apnea, col piede costantemente sull'acceleratore per poter riprendere o indirizzare la partita. Un problema, quindi, di gestione dei 90', acuito dalle numerose palle gol sprecate che vanificano la notevole mole di gioco prodotta. Dominare la partita segnando un solo gol, come successo sabato, ti espone a dei rischi casuali, vedi il mani di Bastoni, che rovina quanto di buono fatto e mina le certezze dell'intera squadra. 

CHI NON VA -  Incolpare qualcuno di questa fragilità sarebbe ingiusto, anche perchè è più una fragilità di sistema che di singoli giocatori. La perdita di Lukaku, infatti, ha negato ad Inzaghi la possibilità di abbassarsi e dare, anche solo per brevi tratti di gara, momenti di maggiore protezione ai propri difensori, non propriamente adatti a correre indietro a campo aperto. Il più in difficoltà sembra essere Bastoni, che sotto questo aspetto deve ancora crescere e maturare, così come qualche grattacapo lo creano anche le sortite offensive di Skriniar, tanto utili quanto pericolose in caso di recupero palla avversario. 

Ma il vero, forse decisivo, passo indietro rispetto allo scorso anno lo si è avuto a centrocampo, dove la mancanza di Eriksen sembra essere la vera falla dell'intero sistema. La società è stata lesta e brava a trovare una toppa a questa disgrazia, ma il livello di questa toppa è decisamente inferiore. In termini di qualità, certo, ma soprattutto di personalità. Nei momenti di difficoltà il danese diventava un faro, un punto di riferimento, il turco invece si eclissa, si nasconde, si allontana dalle zone decisive, quelle in cui fare la differenza. 

FUTURO - Pensare che chi porta lo scudetto sul petto possa accontentarsi di un posto tra le prime 4 è un po' deprimente ma, alla luce del ridimensionamento estivo, quello è l'obiettivo più realistico. Pensare che Dzeko, imprescindibile per questa squadra, possa giocare 45 partite è da folli, così come aspettarsi di più da giocatori di talento ma eternamente discontinui come Correa e Calhanoglu è utopistico. Di sicuro c'è da inventarsi qualcosa per dare un equilibrio più stabile ed evitare le numerose ripartenze, sperando che l'assenza di potere creatasi in questo campionato non venga colmata subito dal Napoli. Solo così infatti resta accesa una flebile speranza di tricolore. 

Fabio di Iasio 

 

 

 

 


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