Il Mago Herrera, alle radici del mito.

A 112 anni dalla nascita, celebriamo l’allenatore più iconico della storia nerazzurra ripercorrendone la vita e la carriera.

Scritto da Alberto Locatelli  | 

Il 10 aprile 1910 nasce a Buenos Aires Helenio Herrera Gavilán, quello che sarà per tutti semplicemente “Il Mago”. Lui stesso sosteneva però di essere nato sei anni dopo, e già questo ci da un’idea del personaggio speciale di cui stiamo per parlare. La storia di H.H. sembra infatti un romanzo d’avventura: nasce, come detto, a Buenos Aires in Argentina, e cresce nel quartiere di Palermo in cui vivono molte famiglie di emigrati, specialmente italiani e spagnoli. Helenio infatti è figlio di immigrati andalusi: il padre Paco, falegname anarchico di Siviglia, era partito alla volta dell’Argentina in cerca di una vita migliore; esempio di un periodo storico in cui erano gli europei, in particolare quelli dei paesi dell’area mediterranea, a lasciare il proprio luogo d’origine.

In Argentina Herrera vive solamente l’infanzia, visto che ad appena otto anni attraversa l’Atlantico pronto a sbarcare in un altro continente. Ad attenderlo c’è infatti il Nord Africa, precisamente il Marocco e Casablanca. Qui, sempre in condizioni di estrema povertà, Helenio impara il francese e inizia a giocare a calcio come difensore. Nel tempo libero poi, partecipa a tornei di boxe organizzati per le strade di Casablanca, in cui il primo premio è rappresentato da beni di prima necessità, come del cibo o una coperta. Qui Herrera forgia il suo già forte carattere. D’altronde se non hai niente da perdere non hai paura di nulla. Helenio però non si accontenta, vuole qualcosa di più, sente dentro di sé di essere spinto da un destino fuori dall’ordinario, come sarà per tutta la vita. Il calcio dunque. Herrera gioca nelle squadre marocchine del Roches Noires e del Racing Casablanca, prima di essere notato da alcuni osservatori francesi che nel 1929 lo portano oltralpe. Per il futuro Mago, ricevere un regolare stipendio per giocare a pallone è un’offerta irrinunciabile. La sua carriera si sviluppa interamente in Francia, dove tra le file del Red Star coglie l’unico successo da calciatore, conquistando la Coppa di Francia nel 1942. Proprio a Parigi Herrera vive gli anni della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, rimanendo sempre incantato da una città che stava vedendo via via spegnersi gli entusiasmi della “Belle epoque”, ma che ancora ospitava tra i più grandi artisti del mondo e che era sinonimo di avanguardie e progresso. Helenio assorbe lo stile di vita francese, diventandone parte, pur senza mai dimenticare il percorso fatto. Il cammino di Herrera però è appena iniziato. In Francia arrivano anche le prime esperienze da allenatore: prima nel Puteaux come giocatore allenatore, e quindi come tecnico del più blasonato Stade Français. Nel frattempo ( dal ’46 al 48 ) è anche uno dei membri della commissione alla guida della Nazionale francese. Guiderà poi anche le nazionali spagnola e italiana, quest’ultima in coppia con Ferruccio Valcareggi, contribuendo a formare la squadra che conquisterà gli europei del 1968.

Nel 1949 Herrera non ha ancora quarant’anni, ed ha già vissuto in tre paesi diversi in tre continenti diversi, in un’epoca in cui certi viaggi erano ancora avvolti da un alone di mistero ed avventura. Dopo vent’anni oltralpe arriva la chiamata del Real Valladolid, città spagnola storicamente legata alla corona.  È la Spagna di Francisco Franco, tenuta insieme dal “Generalísimo” a suon di censura e violenze. Ad Herrera il governo franchista interessa fino a un certo punto e così non si fa problemi ad accettare l’offerta dell’Atlético Madrid. Proprio nella capitale spagnola al Mago riesce il primo miracolo, con i colchoneros che riescono per la prima e tuttora unica volta nella storia a vincere il campionato spagnolo per due volte consecutive. Siede poi anche sulle panchine di Malaga, Deportivo La Coruña e Siviglia, vivendo da signore nella terra da cui i suoi genitori erano scappati assediati dalla povertà. Per molti sarebbe la chiusura del cerchio, ma per Herrera è esclusivamente una soddisfazione personale.  Ha ancora voglia di stupire il Mago, e cosi nel 1956 vola in Portogallo per guidare il Belenenses, per poi tornare nel campionato spagnolo dalla porta principale: ad attenderlo c’è infatti il Barcellona. In Catalogna Herrera mette in mostra non solo le sue grandi conoscenze calcistiche, ma anche le sue grandi abilità a livello psicologico. Il rivale da battere è il Real Madrid per eccellenza, quello del presidente Bernabéu e delle cinque Coppe dei Campioni consecutive, che gode inoltre dei favori del regime, che hanno consentito ai blancos di scippare ai blaugrana il più grande giocatore del periodo: Alfredo Di Stefano. Il Mago convince giocatori e tifosi che l’impresa è possibile. Nella regione più avversa al governo franchista, Herrera si esalta diventando figura centrale del barcelonismo dell’epoca e riuscendo a conquistare per due volte consecutive il campionato, contro una delle squadre più forti di sempre. Porta a casa anche una Coppa nazionale e una Coppa delle Fiere, competizione madre della Coppa Uefa, nonché prima affermazione internazionale del Barcellona.

Proprio a due partite di Coppa delle Fiere in cui il suo Barcellona supera nettamente l’Inter, è dovuto il suo arrivo in Italia nel 1960. Il presidente Angelo Moratti vuole quell’allenatore argentino per portare l’Inter al successo. Accolto con grande entusiasmo, Herrera è ( contrariamente a quanto si pensi) profeta di un calcio dinamico e spettacolare. Maestro del pressing con il suo famoso “Taca la Bala”, Herrera si scontra però con la durezza e i tatticismi del calcio italiano. Nelle sue prime due stagioni l’Inter chiude rispettivamente al terzo e al secondo posto,  entrambe le volte esprimendo gol e risultati nel girone d’andata, per poi affrontare una flessione nel girone di ritorno. Herrera, che ha capito l’importanza dei media, “detta” i titoli ai giornalisti nelle sue interviste, e si dimostra sempre sicuro e positivo riguardo al futuro della squadra nerazzurra. Il presidente Moratti  è però spazientito. Dopo due anni in cui Herrera è l’allenatore più pagato del campionato, l’Inter non è ancora riuscita a vincere. I suoi cartelli motivazionali e la rigida disciplina da lui imposta, sembrano non bastare.  Inoltre nell’estate del ’61 Moratti ha sborsato più di cento milioni di pesetas per l’acquisto di Luís Suarez, meraviglioso centrocampista del Barcellona, vincitore del Pallone d’Oro nel 1960; e si è visto costretto a rinunciare ad Angelillo, che prima dell’arrivo del Mago era il fiore all’occhiello dell’undici nerazzurro. C’ è poi Italo Allodi, il primo grande dirigente del calcio italiano, che preme per esonerare Herrera e prendere Edmondo Fabbri, che in due anni ha portato il Mantova dalla C alla A e a cui è legato da un rapporto d’amicizia. Dopo una dura sfuriata del presidente Moratti, Herrera convince il tecnico che il terzo tentativo sarà quello buono, guadagnandosi l’ultima occasione.

Herrera, da uomo di mondo, capisce che deve in parte adattare il suo calcio a quello italiano, e con l’acquisto del brasiliano Jair e Suarez abbassato a regista, la sua Inter è pronta a diventare Grande. È l’inizio della Grande Inter.

In otto anni “Il Mago” mette a ferro e fuoco il campionato italiano e confermandosi come uno dei migliori allenatori a livello mondiale.  La sua Grande Inter conquista tre Scudetti ( più altri due persi all’ultimo), 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali, che fanno dell’Inter la prima squadra italiana a fregiarsi del titolo mondiale. 

Nel 1968, dopo l’addio di Angelo Moratti, anche Herrera lascia l’Inter, accettando la ricca offerta della Roma, con cui conquista l’unico trofeo che gli era sfuggito in nerazzurro: la Coppa Italia. Nel ’73 il Mago ritorna nella “sua” Milano, ma una crisi cardiaca nel ritiro estivo, lo costringe a lasciare l’incarico e ad assentarsi dalla carriera di allenatore. Tornerà ad allenare sul finire degli anni’70 al Rimini e poi di nuovo al Barcellona, dove a 71 anni guida i catalani al piazzamento europeo e alla conquista della Coppa del Re, suo ultimo titolo in carriera, prima di intraprendere la strada dell’opinionista televisivo in Italia. Si spegne a Venezia, città dove aveva deciso di trasferirsi insieme alla moglie Flora Gandolfi, il 9 novembre 1997, venendo sepolto nel cimitero monumentale di San Michele a Venezia.

Una vita lunga ed avventurosa, girando città, paesi e continenti spinto dallo spirito del pioniere. Herrera ha infatti vissuto a Buenos Aires, Casablanca, svariate città francesi ( tra tutte Parigi), Valladolid, Malaga, La Coruña, Madrid e Barcellona, Lisbona, Milano, Roma, Rimini e Venezia.  Esempio perfettamente calzante con lo statuto del club che più di tutti ne ha certificato la leggenda: “Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”. E sembra davvero impossibile trovare uno più Internazionale di lui.

Auguri Mago, ovunque tu sia. 


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