L'emergenza difesa e la storia dei centrali...(in)dimenticabili

I campioni che hanno lasciato il segno nella storia dell'Inter sono molti, tanti difensori. Ci sono stati altri giocatori che invece non hanno lasciato un buon ricordo o che, addirittura, non ne hanno lasciato nessuno

Scritto da Federico Sanzovo  | 
Lisandro López all'Inter (Instragram)

La bella prestazione contro la Roma ha regalato a Simone Inzaghi e alla sua Inter un’importante vittoria in chiave rincorsa al primo posto. Una partita quella contro il grande ex José Mourinho che è apparsa più semplice di quello che in realtà è stata. Sì, perché se è pur vero che il risultato è stato rotondo (3-0) e il match già chiuso dopo il primo tempo, quello che non va dimenticato è che l’Inter era ed è in emergenza. Per capirlo, basta guardare la difesa che è scesa in campo all’Olimpico: davanti ad Handanovic, infatti, si è presentato, insieme ai soliti Skriniar e Bastoni, anche Danilo D’Ambrosio, in una posizione non proprio consona alle sue caratteristiche. L’assenza di De Vrij, in queste ultime giornate, ha costretto Inzaghi a ricorrere ad Andrea Ranocchia, unico cambio di ruolo per la difesa a tre. Resosi indisponibile anche quest’ultimo, l’unica soluzione rimasta al tecnico piacentino è stata quella di adattare D’Ambrosio e chiedere a Bastoni di stringere i denti.

Data l’emergenza, la dirigenza nerazzurra starebbe pensando di correre ai ripari: sono molti i nomi che si susseguono, come di consueto, in queste settimane. Come per tutti i ruoli, quello del difensore centrale in maglia nerazzurra annovera una lista di campioni incredibile, che va da Burgnich a Samuel, da Bergomi allo stesso De Vrij. Come però la storia dell’Inter ci ha abituato, esiste anche un’altra faccia della medaglia: si tratta dei calciatori che non sono riusciti a sfondare, per un motivo o per l’altro, in un ruolo tanto importante come quello del difensore centrale: alcuni hanno lasciato un pessimo ricordo, altri sono passati inosservati, altri ancora (probabilmente) sono stati totalmente dimenticati.

I difensori centrali dell’Inter passati inosservati

Scrive Bobo Vieri nella sua autobiografia: “Dopo il 5 maggio convinsi Ronaldo e Recoba. ‘Tagliamoci lo stipendio, che arriva Nesta’. Ale [Nesta] era d’accordo... Una mattina sono all’ippodromo e mi telefona Mao, il figlio del presidente Moratti: ‘Bobo, lo so che sei incazzato, ma Nesta costava davvero troppo’. 

‘Eravamo pronti a tagliarci lo stipendio...’.

‘Anche papà è arrabbiato, ma non ti preoccupare: abbiamo preso comunque un campione’. 

‘Ma chi? Non ci sono sul mercato giocatori come Nesta... Chi è?’.

‘Gamarra’. 

Non dico niente. Senza chiudere la chiamata lancio il cellulare verso la pista dei cavalli con tutta la mia forza. Mai più rivisto, quel telefonino. A pensarci adesso, nulla contro Gamarra, un bravo difensore, ma Nesta ai tempi era il massimo, ed era pronto a venire da noi".

Il racconto di Vieri lascia intendere quali fossero le aspettative che circondarono Carlos Alberto Gamarra Pavón quando arrivò in nerazzurro e, allo stesso tempo, quanto fosse importante, allora come oggi, poter contare su un campione in difesa. Nell’estate del 2002 le voci che volevano Alessandro Nesta all’Inter non conoscevano sosta, ma al termine del mercato l’ormai ex capitano della Lazio si accasò sull’altra sponda del Naviglio. Il capitano del Paraguay, Gamarra appunto, venne acquistato per “rimpiazzarlo”. Nelle tre stagioni in nerazzurro, il sudamericano non sfigurò, ma non riuscì mai a conquistare un posto da titolare con nessuno dei tre allenatori che si avvicendarono sulla panchina dell’Inter durante il suo periodo a Milano e lasciò l’Italia per il Brasile.

Destino simile toccò a Gonzalo Sorondo, altro difensore sudamericano. L’uruguaiano scese in campo appena 11 volte in due stagioni con la maglia dell’Inter, nella seconda (2002-2003) addirittura non fu mai impiegato, rischiando persino di perdere la convocazione con la propria nazionale della quale era stato capitano durante la Coppa America del 2001. Si trasferì quindi in Belgio per giocare nello Standard Liegi, senza più mettere piede in Serie A.

Un altro difensore centrale che difficilmente viene ricordato dai tifosi nerazzurri è Mikaël Silvestre. Arrivato nel 1998 dopo un lungo braccio di ferro con il Rennes, Silvestre venne giudicato da tutti come un ottimo acquisto: giovane, promettente, duttile sembrava destinato a un roseo futuro. In realtà, la visione fu corretta ma un po’ troppo precoce. Al francese, infatti, servirà ancora un po’ di tempo: bocciato in nerazzurro, diventerà una colonna portante del Manchester United di Alex Ferguson.

I campioni che hanno toppato: i difensori centrali che non hanno lasciato un buon ricordo

Anche i campioni sbagliano. Un concetto come questo è noto a chiunque, ma può essere esteso in un meno elegante ‘anche i campioni toppano’. È il caso di Nemanja Vidić che con il Silvestre ha in comune il percorso…al contrario. Sì, perché il centrale serbo non fece altro che compiere il tragitto opposto: dopo una grande esperienza al Manchester United decise di mettersi alla prova in Serie A vestendo la maglia dell’Inter. L’impatto con il campionato italiano fu disastroso: un’ammonizione e un’espulsione nelle prime due partite, un rendimento al di sotto delle aspettative nelle seguenti apparizioni della stagione 2014-2015. Alla fine del campionato furono appena 28 le presenze complessive di Vidić che, complice anche un’operazione alla schiena, non venne inserito nella rosa per l’annata successiva. In realtà, il centrale non giocherà più dopo l’ultima partita con l’Inter, ritirandosi a 34 anni nel gennaio del 2016.

Vidić, al contrario dei tifosi nerazzurri, può però consolarsi perché la compagnia non gli manca affatto: un altro grande campione che non si è fatto rimpiangere nel ruolo è Diego Roberto Godín Leal. Capitano dell’Atletico Madrid e della nazionale dell’Uruguay, Godín arrivò a Milano con l’obiettivo di convincere il neoallenatore Antonio Conte. Inizialmente in difficoltà ad adattarsi alla difesa a tre, tanto cara al tecnico leccese, il centrale sudamericano iniziò, sul finire del campionato, a inanellare delle buone prestazioni. Queste però non furono sufficienti a convincere Conte, che lo tagliò dai suoi piani tecnici, lasciandolo libero di firmare con il Cagliari.

A concludere la carrellata di campioni non può che esserci il pallone d’oro e capitano della Nazionale mondiale del 2006, Fabio Cannavaro. Arrivato nella stessa estate di Gamarra, il campano inizialmente faticò a inserirsi negli schemi tattici dell’allenatore dell’epoca, Héctor Cúper, mentre successivamente furono soprattutto gli acciacchi fisici a tenerlo lontano dal campo e dalle sue abituali prestazioni. Una volta lasciata la Pinetina, il rendimento di Cannavaro sarebbe non solo ritornato ai suoi soliti livelli, ma sarebbe addirittura cresciuto fino a portarlo alla vittoria di Mondiale e Pallone d’oro.

‘Chi hai detto?’ – i centrali difensivi dimenticati

E poi, a conclusione di questo ripasso del peggio che gli ultimi anni hanno regalato alla difesa nerazzurra, come non dimenticare…i dimenticati. Quei giocatori che probabilmente solo pochissimi ricordano: ne sono un esempio il francese Cyril Domoraud, presentato come il nuovo Thuram e sceso in campo appena 11 volte tra il 1999 e il 2000; oppure come il suo connazionale Zoumana Camara, che nella stagione precedente fu in grado di fare addirittura peggio, vestendo la maglia dell’Inter in appena due occasioni; o ancora come Lisandro López, argentino arrivato dal Benfica che vent’anni esatti dopo Camara scenderà in campo in appena un’occasione, l’11 febbraio 2018 contro il Bologna.

Lisandro López, tra l’altro, rientra anche nella sottocategoria dei “colpi” di gennaio, come il brasiliano naturalizzato italiano Felipe Dal Bello, 4 presenze nel 2015 prima di passare all’Udinese, e l’australiano Trent Sainsbury, passato dal Jiangsu Suning all’Inter nel 2017 per scendere in campo in un’unica occasione (con la maglia 20, in onore del Chino Recoba) e fare ritorno in Cina a quella che, allora, era una società in mano alla famiglia Zhang. Senza, tra l’altro, lasciare la sua firma: il gesto del canguro che esegue dopo ogni gol. Forse quello lo avrebbe ricordato più di qualcuno.

Federico Sanzovo


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